Mio nonno cominciò ad ammalarsi di demenza senile nello stesso periodo in cui io cominciai a recitare.
Avevo sedici anni, e non sapevo che di lì a poco la sua malattia si sarebbe aggravata in un Alzheimer che gli avrebbe fatto dimenticare persino il volto dei familiari più stretti.
Ma, nonostante il galoppo inarrestabile della malattia, fino agli ultimi anni ricordava perfettamente che mestiere facessi e diceva di voler venire a vedermi a teatro.
Non ci è mai riuscito, purtroppo.
E non è riuscito nemmeno ad accompagnarmi a Roma come mi aveva promesso e come mi prometteva ogni volta che andavo a trovarlo, credendo fosse la prima. «Io conosco un bar dove reclutano le comparse», mi diceva. «Il “Bar degli amici”.
Sono passati più di quarant’anni, ma penso che si ricordino ancora di me. È lì che Fellini mi scelse per fare la comparsa.»
Mio nonno compare, infatti, in una scena di un film del celebre regista, reclutato proprio in quel bar. «Ero allo stadio, seduto, con l’ombrello in mano. E il regista ha indugiato su di me con la telecamera. Significava che gli piacevo come figura, ero un bell’uomo.»
Lo era, un bell’uomo. In abiti eleganti faceva la sua figura. Ma non sono mai stato così cinico da dirgli che probabilmente si trattava più di una scelta registica dettata dal ritmo dell’inquadratura che dalla sua bellezza.
E che, oggi, il “Bar degli amici” se non è chiuso non funge più da ritrovo di attori e registi. E forse nessun posto funge più da ritrovo, da tempio dove esibire il bel viso e magari un po’ di capacità recitativa per essere notato e ottenere una parte.
Ancora oggi mi dicono: «Se vuoi fare qualcosa di più serio devi stare sul posto, ti devi trasferire a Roma, frequentare i circoli degli artisti», ma queste affermazioni andavano bene per gli anni novanta e, forse, i primi anni del duemila.
Ossia, prima dell’avvento dei social e del cambiamento del mercato.
Innanzitutto, le produzioni non fanno più capo solo a Roma, ma sono da considerare anche Milano, Torino e Napoli quali centri importanti.
Poi, il circuito cinematografico (così come quello teatrale), è chiuso. Non basta più farsi amico il regista di turno o qualcuno nella produzione.
In poche parole, non basta stare sul luogo e dimostrare di avere una figura attraente o saper fare. Nella maggior parte dei provini, la bravura incide solo per un 30%.
Quel che si cerca è l’esatta corrispondenza visiva dell’attore con il personaggio immaginato dal regista. Per cui, se vuoi intraprendere un percorso da attore cinematografico, non farti buttare a terra dalle porte sbattute in faccia.
Nella maggioranza dei casi sei stato sfortunato, anche se la tua preparazione è buona.
Ti chiederai, a questo punto, come fare ad avere una parte in un bel film. O, meglio, come fare a sostenere un provino.
Ci sono due strade, percorribili anche contemporaneamente. La prima vede come protagonista i social.
Se abbiamo detto che i luoghi di ritrovo in cui ci si faceva notare prima erano i bar o i circoli, oggi sono i social.
Che, però, non funzionano allo stesso modo: non puoi “socializzare” con gli addetti ai lavori (nonostante si chiamino “social” non sono adatti a questo tipo di interazione, che preferisce sempre la presenza fisica per tutta una serie di logiche ragioni), ma puoi iscriverti a gruppi di casting nei quali vengono costantemente postati provini e ricerche di attori con determinate caratteristiche.
Ti basterà leggere cosa cercano e inviare il materiale alla mail che forniscono.
Si tratterà per lo più di produzioni piccole (molte delle quali non prevedono un compenso, ma ne parleremo in un altro articolo), ma perfette per fare esperienza e crearsi un portfolio da presentare per ogni evenienza. La seconda strada è quella delle agenzie cinematografiche.
Non è semplice trovare l’agenzia adatta a sé, soprattutto perché oggi sono quasi tutte sature, ma resta la strada migliore.
E avere un buon materiale di presentazione può essere la chiave di volta.
Ma l’ingrediente principale è la passione: una forza in grado di spostare le montagne.

