
GENERE: MONOLOGO TRAGICOMICO DISTOPICO
TEMA: DISASTRI AMBIENTALI
DURATA: 50 MINUTI
DRAMMATURGIA: Danilo Napoli
REGIA: Danilo Napoli
CON: Danilo Napoli
AIUTO REGIA: Antonietta Barcellona
Realizzato grazie al sostegno di Csv Sodalis di Salerno
SINOSSI
No, lo spettacolo non è stato annullato. Cioè sì, nello spettacolo “Lo spettacolo è stato annullato” lo spettacolo è stato annullato, ma non per voi. Voi dovete esserci, perché senza pubblico non c’è teatro, non c’è futuro. E forse, in un mondo che va a pezzi, le storie sono l’unica cosa che ci resta.
E questo era vero sia migliaia di anni fa, quando l’uomo si raccontava le storie attorno al fuoco, sia nel 2156, quando il pianeta è devastato dai cambiamenti climatici e sembra non ci sia più niente da fare, se non per i ricchi.
Ed è in questo mondo desolato che un attore solitario sale su un palco abbandonato, ricoperto di rifiuti, per fare ciò che sa fare meglio: raccontare. Quel palco, simbolo di un’arte e di una società dimenticate, è lo specchio di un mondo lasciato alla deriva. Il protagonista, ultimo rimasto della sua compagnia teatrale, dopo un primo tentativo di annullare lo spettacolo “perché non c’è più niente da dire”, si lascia trasportare dal piacere di raccontare. Perciò ripercorre le memorie di un passato che non esiste più: città sommerse, la divisione tra i ricchi “sottomarini” rifugiati nelle profondità marine e i poveri “terrestri” rimasti a lottare in superficie, e il lento sgretolarsi di tutto ciò che amava, compreso il teatro.
Tra battute ironiche e riflessioni amare, “Lo spettacolo è stato annullato” intreccia le perdite personali di ognuno di noi con una critica a ciò che ci ha portati al declino, mostrando però che qualcosa può ancora resistere: il potere delle storie, dell’arte e dell’ascolto. Perché, finché c’è qualcuno disposto ad ascoltare, non è davvero tutto perduto.

NOTE DI REGIA

“Lo spettacolo è stato annullato (causa fine del mondo)” affronta uno dei temi più urgenti del nostro tempo: la crisi climatica e il suo impatto devastante sul mondo, sulle persone e sul futuro. Ma non lo fa attraverso un approccio didattico o moralistico, lo fa con la delicatezza e la forza evocativa del teatro, intrecciando una riflessione intima con una narrazione universale.
La regia si concentra su un’umanità alla deriva, incapace di reagire ai segnali di allarme che l’ambiente ha lanciato per decenni. Il protagonista, un attore solitario in un mondo devastato, incarna il conflitto tra il desiderio di arrendersi e quello di continuare a resistere, anche quando tutto sembra perduto. La sua storia personale, segnata dalla perdita dei compagni e dalla consapevolezza del declino umano, si fa metafora del nostro presente e di ciò che rischiamo di lasciare alle generazioni future.
La scelta di un monologo come forma espressiva non è casuale: da solo, il protagonista si rivolge direttamente al pubblico, stabilendo un dialogo intimo e diretto che supera la quarta parete. Non c’è bisogno di effetti spettacolari o di un grande apparato scenografico: il teatro, nella sua essenza più pura, diventa il mezzo attraverso cui il protagonista si aggrappa alla vita e al ricordo, offrendo al pubblico un messaggio di speranza e resistenza.
La regia si muove sulla sottile linea tra ironia e tragedia, alternando momenti di leggerezza e battute a riflessioni più cupe e profonde. Questo equilibrio permette di avvicinare il pubblico al tema del cambiamento climatico senza appesantirlo, ma offrendo spunti di riflessione che si sedimentano lentamente. La divisione tra i “terrestri” e i “sottomarini”, le descrizioni dei paesaggi distrutti, e la memoria dei compagni perduti sono tutti strumenti attraverso cui lo spettacolo racconta non solo un mondo futuro, ma anche le responsabilità e le scelte del nostro presente.
Il teatro, nella sua dimensione rituale, diventa il simbolo della resistenza. Resistenza al declino, all’oblio, alla fine. E questo è il cuore dello spettacolo: il teatro come ultimo baluardo dell’umano, come luogo dove le storie continuano a vivere e a essere ascoltate, anche quando il mondo là fuori è in rovina.
La regia, quindi, non cerca soluzioni o risposte, ma pone domande. Che senso ha continuare a raccontare? Perché il pubblico dovrebbe ascoltare? La risposta si trova nell’atto stesso di salire su quel palco, di accendere la radiolina e di parlare. Finché c’è qualcuno disposto ad ascoltare, finché c’è un palcoscenico, c’è ancora speranza.
