In un’intervista, Eduardo De Filippo dichiarava: “Il cinematografo non ha niente a che vedere con il teatro.”
L’affermazione non era tesa a denigrare uno strumento di comunicazione di massa quale il cinema (o la tv), ma a stabilire delle differenze nella lavorazione tra i due linguaggi.
Il discorso, che poi chiarirà in altre interviste, nonché durante le lezioni universitarie a La Sapienza, verteva sul realismo del cinema. Realismo nel senso stretto del termine, non nell’accezione di movimento artistico. Il grande attore-autore-regista sosteneva che il cinema, seppur bello, offrisse troppo allo spettatore, senza lasciare nulla all’immaginazione. Sia chiaro, si tratta di un punto di vista che, come già detto, non intendeva denigrare la settima arte. Semplicemente, Eduardo stava rispondendo alla domanda postagli da un giornalista: “Il cinema potrà mai sostituire il teatro?” Ecco il perché della sua risposta: “Il cinematografo non ha niente a che vedere con il teatro.”
Eduardo sapeva bene quale fosse la mamma di tutte le arti: raccontare storie attorno al fuoco è stato per l’uomo un istinto primordiale, un bisogno che veniva subito dopo il cibo; affermare la propria identità, rispecchiarsi nella narrazione, riconoscersi, sono tutti effetti di quella mìmesis di cui parlava Platone: imitare la realtà e in questo modo capirla, mentre ci si intrattiene. E di cosa parliamo se non dell’arte teatrale?
Qualcuno ha anche affermato che se ho qualcosa da raccontare e c’è qualcuno disposto ad ascoltarmi, è già teatro. Raccontare storie. Narrare. Questo è stato dalla notte dei tempi, ancora prima che il linguaggio fosse inventato, e questo sarà fino all’ultima, quando il linguaggio sarà talmente trasformato da non poterne più riconoscere le fattezze. Ma non importa, perché il linguaggio è solo uno dei mezzi con cui le storie possono essere raccontate, come ci insegnano i signori che danzavano attorno al fuoco dopo aver completato con successo una battuta di caccia, ancora incapaci di parlare ma non di comunicare.
Ecco che il teatro si pone come madre di tutte le altre arti: raccontare non è forse il bisogno anche della pittura, della danza, della fotografia, della scrittura, dei fumetti, del cinema, della tv e perfino dei più moderni videogiochi? E come possono dei figli uccidere la propria madre, che li ha generati e di cui si prende sempre cura, anche da adulti?
Certo, perché ancora oggi si richiede agli attori una preparazione che deriva dal teatro. Strasberg conduceva le proprie lezioni non davanti alla telecamera, ma in un teatro, per affinarne la mobilità del corpo, il gesto, la mimica, indagarne i vari stili, far arrivare un’emozione fino in fondo alla sala… e poi per allenare l’immaginazione degli attori.
L’immaginazione, già. L’immaginazione di un attore è importante perché stimola quella del pubblico. Ed ecco che arriviamo al titolo di questa breve riflessione: “Il teatro non deve morire”, parafrasando un celebre romanzo di Stephen King (altro autore che amo). Nel romanzo, una fanatica infermiera si prende cura del proprio scrittore preferito e lo costringe a non far morire un personaggio, da lui creato, che lei amava.
Qui le pazze infermiere siamo noi, che costringiamo il teatro a non cambiare, a non mutare il proprio aspetto e la propria fruizione. Ma anche le mamme più belle invecchiano; questo non significa che diventano meno belle, anzi, alcune persone sono come il vino, che più invecchia e più migliora. Cambia, dunque. E dobbiamo accettare i cambiamenti come si accetta la vecchiaia: adeguandoci e scoprendo le meraviglie della nuova età che stiamo attraversando.
Invecchia, dunque, invecchia ma non muore, non morirà mai, nonostante le nuove generazioni sembrino allontanarsene sempre più perché attratte dalla fruizione comoda delle narrazioni su piccolo schermo (o il piccolissimo schermo degli smartphone). Effetti speciali, fotografie eccellenti, immagini che ci esplodono davanti agli occhi come uno spettacolo pirotecnico. Ma che fine fanno i fuochi d’artificio? Esplodono, rumoreggiano nell’aria, colorano il cielo e resti a guardarli per un attimo, passivamente. E quando finiscono torni alla tua vita normale, come se avessero soltanto interrotto la tua esistenza per qualche minuto.
Ecco, le nuove narrazioni sembrano spesso degli spettacoli pirotecnici: hai tanto, hai tutto, potresti guardare qualsiasi cosa, ma le storie che ti lasciano un’emozione, che riflettono la tua vita, la società, sono poche. L’impressione che si ha di questi tempi è di una sovralimentazione di narrazioni, anche scadenti. Narrazioni scritte per un pubblico pigro che se ne abboffa e si impigrisce sempre di più. Un pubblico che non vuole pensare, che non ha tempo per pensare, un pubblico che preferisce il bingewatching di scarsa qualità per intrattenersi piuttosto che una narrazione di alto livello; parliamo di un pubblico abituato all’usa e getta, alle cose che costano poco perché oltre al tempo mancano i soldi, ai vestiti prodotti in serie, alle scarpe che al primo graffio vanno buttate via tanto “costa di più farle riparare che comprarle nuove”.
E allora questo pubblico si domanda: “Perché dovrei spendere dieci o venti euro per assistere a uno spettacolo teatrale quando, per tre euro al mese, possono condividere un account Netflix con i miei amici e guardare tutto ciò che voglio quando voglio?”
Ḕ una domanda legittima, non possiamo dire il contrario. Se i soldi non li coltivo nel mio orto, è ovvio che anche venti euro per qualcosa di cui posso fare a meno diventano una somma alla quale penso prima di spenderla.
Ma ce ne accorgeremo. Ce ne accorgeremo quando questo “troppo” ci avrà stufati, quando i nostri occhi saranno stanchi di guardare i fuochi d’artificio senza provare emozioni forti, quando capiremo che è meglio avere di meno ma di buona qualità anziché troppo ma senz’anima; quando andare a teatro non sarà soltanto una menata da fricchettoni o roba da vecchi, non sarà solo un modo per fingersi acculturati con la tipa o il tipo che vogliamo corteggiare, ma sarà un posto dove andremo a nutrire la nostra mente, quando riscopriremo l’importanza dell’immaginazione, pratica che un tempo era abituale mentre oggi sembra uno sforzo quasi inumano.
Basti pensare che il calo del pubblico teatrale corrisponde da un po’ di tempo al calo dei lettori e alla conseguente crisi editoriale; ma non solo: entrando nella sfera intima degli individui, anche la masturbazione ha preso le mosse dall’immaginazione, preferendo video facilmente reperibili che vadano direttamente a stimolare la sessualità senza ulteriori sforzi immaginifici.
Per questo “il teatro non ha niente a che fare con il cinematografo”. Recuperare l’abitudine di andare a teatro, ma anche ripensare a un nuovo teatro, significa recuperare l’abitudine all’immaginazione, grazie alla quale è possibile avere orgasmi molto più potenti perché derivanti dalla stimolazione della mente e non direttamente dei sensi.
Ḕ un orgasmo che non ha paragoni, come ci suggerisce sempre Eduardo nel prologo de “L’arte della commedia”: “CAMPESE: […] Qualunque sforzo tecnico e finanziario che si può compiere per rendere il più possibile realistica una messa in scena potrà incuriosire il pubblico, ma lo lascerà sempre scontento di non avere potuto usare l’immaginazione. […] L’esperienza tecnica e artistica di uno scenografo, anche se è geniale, non potrà mai dare tante versioni figurative per quante se ne creano gli spettatori, ognuno per conto proprio e in conformità dei propri gusti, della propria sensibilità e perfino dello stato d’animo che attraversa in quel momento…”
Ed è per questo che il teatro non deve morire.
Non può morire.
E non morirà mai.
Danilo Napoli-Responsabile settore Teatrale
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